• Maria Rosaria Tranchina

Perché le diete falliscono?

"I bambini nascono con un innato senso di auto controllo alimentare. I fattori ambientali, genetici, i contesti familiari, scolastici, gli stati emotivi possono determinare la perdita dell'auto-controllo."


È facile farsi attirare dalle promesse di dimagrimenti veloci. Ma diciamoci la verità non tutti riescono a raggiungere il peso desiderato, a mantenerlo nel tempo e a frenare l’appetito.


Milioni di persone sono a dieta, 2/3 degli adulti US sono sovrappeso o obesi e questi numeri continuano a crescere. Gli studi confermano, che sebbene le diete sortiscano dimagrimenti, la maggior parte delle persone ritornano al peso iniziale o ad un peso più elevato.


Questo fenomeno è conosciuto come Yo-Yo, ed è caratterizzato da un aumentato rischio di incorrere in uno stato ipertensivo, nella patologia diabetica e malattie cardiache.

Dunque perdere e recuperare il peso ciclicamente costituisce un rischio per la salute. Inoltre alcune diete che promettono risultati miracolosi, offrono ben pochi benefici sullo stato di salute a breve e lungo termine.


I programmi di perdita di peso si incentrano sulla restrizione calorica e degli alimenti.


Non importa quale tipo di dieta tu abbia seguito perché il concetto di “dieta restrittiva” non può essere adottata come regime permanente. Le diete spesso inducono ad un controllo eccessivo dell’introito calorico, ad un’analisi ossessiva delle tabelle nutrizionali, catalogando un alimento come “buono” o “cattivo”, negando il piacere di mangiare.


Sarebbe più semplice approcciare con una nuova mentalità “ricercando un alimentazione più salutare”, affidando agli organi di senso, in particolare al gusto la scelta di un alimento.


Dunque perché una dieta non funziona?


Le diete caratterizzate da restrizione calorica e verso vari alimenti, inducono:

-una perdita del controllo a seguito della sospensione della stessa

- ad un appetito insaziabile cha va ben oltre il limite gastrico

- alterazione del tono dell’umore spesso caratterizzato da depressione, irritabilità, calo della libido e un’introversione sociale.

Il cibo proibito diventa l’alimento da consumare in solitudine, velocemente e in abbondanza senza avere la possibilità di goderselo e senza che il corpo riesca a ricavarne consapevolezza del gusto, della quantità e della qualità.


Il nostro corpo, dalla nascita è dotato della capacità di distinguere quale cibo è salutare, quale non lo è e quanto cibo necessita.


Gli animali selvaggi conservano l’istinto verso la richiesta e il soddisfacimento della nutrizione, noi non siamo da meno semplicemente perdiamo questa guida interiore quando fin da piccoli ci obbligano, senza ragione, a finire un pasto.


Sotto il nostro naso, sotto gli stimoli del nostro stomaco, sotto la nostra lingua, i nostri occhi e la nostra testa abbiamo tutto ciò che ci serve per capire cosa, quando, quanto e come dobbiamo mangiare. Attraverso la relazione con il cibo potremo provare ammirazione per il nostro corpo indipendentemente dal nostro peso e prenderci cura di esso.


Se il medico definisce un regime nutrizionale utile è opportuno mantenerlo, diversamente è consigliabile adottare delle strategie nutrizionali sotto la guida del coach nutrizionista.


Sostituisci la vecchia scala di misurazione che si basa sul peso, concentrati su come appare il tuo corpo, più o meno sottile o gonfio o come vesti i tuoi vecchi indumenti.

E’ interesse del nutrizionista definire un punto di arrivo in termini di peso, ma non reputo utile comunicarlo al paziente, perché ciò che contano sono i piccoli traguardi, che come effetto sommatorio conducono ad un risultato comune, far raggiungere il peso senza sofferenza, educando alla sana alimentazione e evitando inutili restrizioni. Gli obiettivi si traducono in traguardi realisticamente raggiungibili, senza indurre ansia, umore depresso, atteggiamenti antisociali.


Il numero del peso è solo la validazione esterna di ciò che sei e come ti vuoi sentire. Ma ciò che può tradursi in un reale cambiamento è definito dai comportamenti, dagli atteggiamenti e dal modo di pensare:


- "mi piacerebbe mangiare più lentamente”

- “mi piacerebbe fermare l’introito di alimenti quando avverto la pienezza”

-“mi piacerebbe sospendere l’assunzione di cibi da altre attività, es. mangiare mentre lavoro al pc o guardo la TV”

- “mi piacerebbe non consumare ciò che i miei figli lasciano nel piatto”

-“mi piacerebbe chiedere al cameriere di conservare mezza porzione di pizza (o altro) da portare via, prima ancora di iniziare a mangiarla”

-“mi piacerebbe non associare al fine settimana l’assunzione di cibo spazzatura”

-“mi piacerebbe non pensare al giorno libero, come il giorno in cui perdere il contatto con la qualità e quantità del cibo da introitare”.



Negli ultimi anni questa logica, che non prescinde dal sapere medico nutrizionale, è stata riconosciuta come “consapevolezza alimentare”. La Mindful-Eating trova il suo razionale sull’asse intestino- cervello, grazie all’innumerevoli interazioni tra questi due organi/apparato, di natura per lo più chimica- ormonale, con il coinvolgimento del microbiota intestinale.


"Abbracciare i Saperi della Nutrizione, basata sulle evidenze scientifiche, integrarli con l’approccio della consapevolezza alimentare (Mindful-Eating), attraverso un programma basato sulla ricerca, in concerto alla Terapia Cognitivo Comportamentale è il programma che Sapori e Nutrizione adotta verso il singolo paziente nelle varie fasi di vita, dalla gravidanza, allo svezzamento, alla fascia pediatrica, all’adulto e alla donna nelle varie fasi della vita. "


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